
Distopie reali: quando la narrativa anticipa il futuro
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
Non studiano, non lavorano, non si formano: in Italia, sono 2 milioni e mezzo i giovani NEET che hanno smesso di credere nel futuro.
Partiamo dall’acronimo. Era il 2002 quando due studiosi, Bynner e Parsons, realizzarono un saggio che analizzava l’esclusione sociale dei giovani non inseriti né in un percorso formativo, né dal punto di vista lavorativo: furono definiti, appunto, giovani NEET (youth Not in Education, Employment or Training).
Sin da allora, è apparsa una faglia in quel percorso di sviluppo sociale che, attraverso l’istruzione o la formazione professionale, permette ai giovani di accedere all’ “età adulta”, recidendo il cordone ombelicale con la famiglia di appartenenza.
Il problema è che la faglia è diventata una voragine. E l’Italia è messa davvero male…
Stando alle ultime stime dell’OCSE, in Italia ci sono circa 2 milioni e mezzo di giovani NEET. Il dato statistico, risalente al 2005, parla del 26,9% dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni e la cosa preoccupante è che deteniamo il record negativo in Europa (dopo Grecia, Bulgaria e Romania, per intenderci).
Tuttavia è l’intera area del Mediterraneo ad essere colpita pesantemente da questo fenomeno che – come se non bastasse – va ad incidere negativamente sull’economia: l’Italia, rinunciando a dare una collocazione a questi giovani, dice addio all’1.4% del PIL nazionale.
Recessione economica, provenienza da famiglie disagiate, basso livello di istruzione, smantellamento del welfare sociale e background di immigrazione sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito all’acuirsi del fenomeno.
Il problema sembra essere strutturale: abbiamo milioni di giovani totalmente esclusi dall’attuale sistema socio-economico. E, più passa il tempo, più sarà difficile per loro trovare una collocazione.
Stando ai dati di una ricerca dell’Onlus WeWorld, molti si dedicano con impegno ad attività di volontariato o alla pratica di uno sport per evitare la marginalizzazione ed integrarsi in un gruppo sociale.
Altri si “arrangiano” con piccoli lavori: babysitter, hostess, volantinaggio etc., attività svolte, spesso e volentieri, a nero. Tra i giovani NEET abbiamo anche una buona fetta di laureati che, non trovando occupazione, ripiegano sulle ripetizioni private.
L’ultima categoria è quella che spaventa di più. Si tratta dei giovani rassegnati, che passano tutta la giornata senza avere reali interessi, attaccati alla tv, al pc o ai videogames. Spesso la loro situazione è aggravata da storie familiari difficili o, frequentemente, da problemi psicologici acuiti dalla condizione di isolamento.
Si tratta di una grossa fetta generazionale che è stata esclusa dalla partecipazione sociale; ragazzi che andrebbero aiutati a venir fuori dal pantano in cui rischiano di rimanere per tutta la vita.
Ma nessuno li vede e li sente, perché da tempo hanno smesso di parlare.
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
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