
Distopie reali: quando la narrativa anticipa il futuro
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
Mentre la politica è arroccata su se stessa in una vuota autoreferenzialità, proviamo insieme a tratteggiare le linee del futuro che verrà…
Ci pensate mai a come si vivrà nel prossimo futuro? È una domanda banale che, il più delle volte, lasciamo inespressa. Forse perché temiamo istintivamente ciò che è indefinito. Oppure perché, osservando dal presente, non presagiamo nulla di buono.
Una crisi globale ci ha investito. È una crisi economica, ambientale, dei sistemi politici rappresentativi; è un terremoto dell’intero assetto valoriale su cui abbiamo fondato le nostre esistenze fino ad oggi.
A mio parere, è fondamentale ripartire da questa domanda: quali modelli socio-economici e quali progetti sono stati delineati per garantire una serena sopravvivenza a noi e alle future generazioni?
Immaginiamo di sottoporre al Parlamento Europeo questa domanda. Un nostro giovane delegato si alza dal suo posticino e chiede con calma ai presenti: «potreste riferirci che tipo di progetto avete per il nostro futuro?»
Qualcuno farfuglierebbe qualcosa a proposito dello spread, qualcun altro parlerà di PIL (come se la crescita fosse qualcosa di estensibile all’infinito), qualcun altro snocciolerebbe dei dati incomprensibili per confonderci, facendoci sentire un po’ ignoranti.
Oppure, per incanto, a questa domanda potrebbe seguire un lungo, imbarazzato silenzio… una sincera ammissione di aver perso la capacità di progettare il futuro.
Il fatto che le nostre società siano in crisi è evidente. Ci pensavo poco fa facendo due passi in uno dei tanti centri commerciali che abbondano nell’hinterland casertano.
La sensazione che mi attraversa, ogni volta, è che il centro commerciale sia qualcosa che appartiene al passato. La prima ragione è che nasce da una concentrazione di danaro enorme e ha una struttura verticistica dove il visitatore è (e rimarrà sempre) soltanto un consumatore.
La seconda è che, seppure tenti di proporre una serie di attrattive aggreganti (concerti, spettacoli, partite di calcio in tv etc.), il centro commerciale non sarà mai un vero luogo di socialità. L’iniziativa, infatti, è sempre orientata dall’alto verso il basso e finalizzata ad un unico scopo: il profitto.
Nessuno potrà sentire come qualcosa di proprio questo non luogo, che propone una versione spersonalizzata di una piazza, dove nulla è gratis (anche l’acqua è un bene da acquistare).
Credo sinceramente che questi grandi piramidi debbano lasciare il passo a qualcosa che ancora stenta a configurarsi, ma che ha a che fare con internet…
La rete ha cambiato per sempre (nel bene e nel male) le nostre vite. Si trattava in origine di un progetto militare statunitense chiamato ARPANET. La struttura a rete fu pensata per resistere ad un attacco nucleare: colpire uno dei suoi nodi, infatti, non avrebbe demolito l’intero sistema privo di un centro di comando.
Che volto avrà il futuro che verrà? Non posso saperlo – come tutti – ma vorrei che fosse “reticolare”. Non più grossi accentramenti di potere utili solo per pochissimi eletti, ma tanti “nodi” intercomunicanti, di varie dimensioni, capaci di scambiarsi informazioni e sopperire ai bisogni in ottica collaborativa.
Vi immaginate la straordinaria diversità che si prefigurerebbe? Niente più anonimi centri commerciali, niente più panini, scarpe, vestiti identici in tutto il mondo; piuttosto, tanti piccoli centri di socialità interconnessi, diversificati, radicati in un territorio sentito davvero come luogo di appartenenza.
Anche a livello politico il modello a rete è un anticorpo verso la degenerazione di stati che, in crisi di legittimità democratica, spianano indirettamente la strada ai nazionalisti. Per quanto possano dire Trump, Salvini o Le Pen, il nazionalismo – anche se per molti rappresenta una rassicurante risposta di senso – è una carta troppo vecchia da giocare. Ed è una carta falsa.
Il protezionismo economico potrà mai funzionare in economie globali fortemente interdipendenti? Siamo sicuri che questi soggetti siano seriamente intenzionati a sconfiggere i grossi trust economico-finanziari? E basterà creare un muro o fare accordi di convenienza per fermare i fenomeni migratori?
Io credo di no. Anzi credo che dovremmo percorrere la strada opposta, sfruttando al meglio le straordinarie possibilità tecnologiche che già abbiamo tra le mani.
Esiste oggi un’ intelligenza collettiva che si nutre di rapidissimi scambi di informazioni. È una novità assoluta: ogni cervello ha potenzialità moltiplicate all’ennesima potenza grazie alla connessione in tempo reale con le menti pensanti sparse per tutto il pianeta.
Chiaramente la dimensione dello spazio va recuperata; l’informatica anche a questo dovrà servire: trovare nuovi punti di aggregazione nello spazio dove confrontarci vis à vis e riconoscerci in qualcosa di più gratificante di un esasperato individualismo.
Alla domanda iniziale sul futuro che verrà, dobbiamo rispondere ricominciando a fare progetti, quelli di cui non si parla affatto oggi in politica. Perché Michele, il ragazzo di trent’anni che si è tolto la vita pochi giorni fa, non ha trovato una risposta a questa domanda. E, chiuso nella propria solitudine, ha tolto il disturbo. Resta la sua lettera che è un atto di accusa verso una società che a tutto pensa, fuorché ai quesiti che contano davvero.
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
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