
Distopie reali: quando la narrativa anticipa il futuro
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
Cè’ qualcosa di strano che gira nell’aria, è l’odore di bufala e non riusciamo a sentirlo. Secondo un rapporto pubblicato sul sito dell’università di Stanford, la maggioranza dei teenager non riesce a distinguere una notizia vera da una bufala, un profilo reale da uno fittizio, un contenuto sponsorizzato da un’informazione neutrale. Il problema non si ferma certo ad un gruppo di adolescenti presi in esame da uno studio universitario: basti pensare a quanti personaggi pubblici hanno preso simili cantonate, pubblicando sui loro profili social informazioni evidentemente false.
Come quando Eleonora Brigliadori, attrice e conduttrice televisiva impegnata nel diffondere il verbo del metodo Hamer, in data 27 novembre ha dato il suo pieno sostegno ad una bufala, ovvero l’apertura di un asilo per bambini non vaccinati.
Internet è un bacino di idee, talenti, progetti, informazioni libere, ma anche disinformazione. La tendenza a condividere voci false e leggende metropolitane spacciandole per vere è talmente comune che si moltiplicano i siti che ironicamente lanciano in rete bufale incredibili.
Ricordate ad esempio, quella volta che Maurizio Gasparri accusò Jim Morrison di essere un rapinatore slavo a piede libero?
Recente e celebre quella della senatrice del Movimento5stelle, Enza Blundo, che aveva condiviso la “bufalissima” complottista sul terremoto ed era stata letteralmente, ed oserei dire anche giustamente, attaccata dai media.
Tra le mie preferite però c’è quella del senatore casertano Vincenzo D’Anna, lo stesso che era diventato famoso grazie ai gesti osceni rivolti ad una deputata del M5S. D’Anna aveva ripreso una notizia pubblicata da lercio:
Invalido miracolato fa causa a Padre Pio. “Mi hanno tolto la pensione d’invalidità”
Si indignò talmente tanto da pubblicarla sul proprio profilo twitter e, pur esprimendo qualche dubbio sulla veridicità della notizia, commentò: “Non so quanto possa essere vera la vicenda. Se lo fosse confermerebbe che gli italiani per una buona pensione farebbero a meno anche dei miracoli. L’assistenza dello Stato prima di tutto”. Epic fail.
L’affare bufale è talmente eclatante che sono tantissimi i giornali che dichiaratamente pubblicano notizie false per fare satira. A partire dal più noto, Lercio, fino al Corriere del mattino, il Corriere del Corsaro, Il Giomale, Il matto quotidiano. Proprio in questi giorni, il primo dicembre, Libero giornale ha pubblicato una notizia su dei brogli elettorali prima del referendum ovviamente non accaduti: Ultima ora- 35 arresti: trovate milioni di schede elettorali già votate pronte a sostituire i no durante gli scrutini. La tragedia è che non solo l’articolo è stato condiviso da più di 20.000 persone (non ho dubbi sul fatto che volessero quasi tutti scherzare), ma che i commenti all’articolo siano di utenti che, presa la notizia per vera, non cascano neanche dal pero, ma sono convinti di averci visto lungo: “Cosa vi stupisce? Lo sapevamo che sarebbe andata a finire così!” oppure “Abbiate il coraggio di fare i nomi dei politici coinvolti #tuttiacasa”.
E pensare che basterebbe controllare la fonte o aprire l’articolo per capire che quella notizia è volutamente una bufala ma, come dimostra l’esperimento fatto da Science Post pochi mesi fa, la gente pubblica sui social articoli che non ha letto. Il sito satirico infatti aveva pubblicato un pezzo che conteneva solamente una sfilza di “lorem ipsum”. È stato condiviso da 46mila persone. La Columbia University ha poi confermato che il 56% degli articoli pubblicati su Facebook non sono mai stati aperti.
D’altronde come possiamo prendercela con gli utenti se anche chi dovrebbe dare l’esempio ed educare alla veridicità dell’informazione, come politici e soprattutto giornali, incappa in questi errori? Un tempo a scuola ci insegnavano a leggere il giornale e mi auguro lo facciano ancora. Forse sarebbe necessario insegnare anche a controllare le fonti, fare fact checking.
Per ora dobbiamo accontentarci del fatto che Facebook e Google non permettono a siti ingannevoli, fuorvianti o illegali di fare pubblicità sui propri network. E gioiamo se esistono blog come butac.it e bufale.net che raccolgono, segnalano e smentiscono le stupidaggini più diffuse sul web.
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
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