
Distopie reali: quando la narrativa anticipa il futuro
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
“La felicità al potere” ovvero come un reporter di provincia incontra M. Sgroi, autore dell’(auto)biografia ufficiale del presidente più amato al mondo.
Quando avranno inquinato l’ultimo fiume,
abbattuto l’ultimo albero,
preso l’ultimo bisonte,
pescato l’ultimo pesce,
solo allora si accorgeranno di non poter mangiare
il denaro accumulato nelle loro banche.
(Toro Seduto)
Questa storia ha inizio a Caserta. È un pomeriggio di metà giugno e c’è afa nell’aria. Il respiro fatica ad assumere un ritmo sereno. Ma non è un fatto atmosferico, magari… è un malessere più profondo. Il disagio di chi non riesce ad assuefarsi alla bruttura di una città allo sfascio, al suo odore stantio che, in tempo di elezioni, diventa puzza di rancido.
Ma questa non è la classica storia di quanto sia arretrata una provincia del sud. Non è solo quello. È il malessere di chi sa perfettamente che nel locale si riflettono dinamiche globali. Dinamiche che, in proporzioni e modalità diverse, sono sempre le stesse: degrado sociale, miseria morale e materiale, prevaricazione dei (pochi) forti sui tanti deboli. In mezzo a tutto ciò, ci sono giovani rassegnati, mal istruiti, incapaci di rompere catene di cui non si accorgono nemmeno più, nonostante quel peso indecifrabile che si fa sentire dentro, sempre.
Lego la mia vecchia bicicletta ad un palo della luce di Via Gian Francesco Alois, eretico casertano bruciato al rogo dall’inquisizione. Mi hanno consigliato di legarla per non farmela rubare, gli amici della Libreria Pacifico, come sempre cordiali e accoglienti verso tutti.
Grazie al loro instancabile lavoro culturale, ho la possibilità di intervistare Massimo Sgroi venuto a presentare “La felicità al potere”. A lui e a Cristina Guarnieri va il merito di aver redatto la prima (auto)biografia ufficiale di José Pepe Mujica. La riedizione di Castelvecchi conta, tra i vari contributi, quelli di Roberto Saviano e Milena Gabanelli.
Ma fare un’intervista a Sgroi non è per niente facile. È come cercare di arginare un fiume in piena di riflessioni, racconti, suggestioni. E la cosa bella è che ti lasci inondare con piacere fregandotene della compulsione ad avere appunti sempre ordinati. Così ha inizio la nostra conversazione su uno dei personaggi politici più importanti dell’ultimo secolo. E Il “lei” mi è rigorosamente vietato…
Dostoevskij nell’Idiota scrive: “La bellezza salverà il mondo”. In russo la parola bellezza ha due accezioni: una strettamente estetica e un’altra etica. Da qui la necessità etica ed estetica di questo libro su una figura politica immensa.
Cristina Guarnieri si è occupata di intervistare Pepe, così come si fa chiamare dagli amici. La trascrizione integrale è contenuta nel volume. Io inizialmente volevo scrivere una biografia e, invece, mi è stato affidato il difficile compito di redigere l’autobiografia dell’ex Presidente. Ho dovuto scrivere come se fossi lui, indossare i suoi panni. Ed è interessante sapere che è l’unica autobiografia che Mujica abbia mai autorizzato. Ci hanno provati tutti, senza risultati: dal New York Times a Le Monde fino alla CNN.
In realtà avevo fatto amicizia con l’ambasciatore uruguaiano Alvarez. Così gli abbiamo presentato il progetto del libro via mail. Mujica, prima di accettare, ha chiesto informazioni su di me ad Alvarez che gli ha detto: “guarda, se fosse nato in Uruguay sarebbe stato uno dei tupamaros (gruppo di ribelli alla dittatura militare in Uruguay n.d.r.)”.
Così, senza pensarci due volte, ha avallato il nostro progetto sorretto non da una grande casa editrice, ma da un piccolo editore indipendente.
La sua vita è stata straordinaria. Sin da giovanissimo ha cominciato a fare politica. È stato in URSS ma non amava la burocratizzazione del comunismo dell’Unione Sovietica. Si è sempre definito un socialista. A Cuba conosce Ernesto Che Guevara che tornerà a trovarlo anni dopo a Montevideo. Nei primi anni sessanta milita nel movimento dei “tupamaros”, un gruppo armato di sinistra ispirato alla rivoluzione cubana.
Con il colpo di Stato militare di Juan María Bordaberry fu arrestato e tenuto in carcere per ben 12 anni di cui almeno un paio passati in una fossa scavata a terra. Arrivò al delirio e alle allucinazioni per le pene patite.
Sicché, in un gesto di rara clemenza, gli vennero dati dei libri per non farlo impazzire completamente. Non di attualità chiaramente: i militari non volevano che sapesse alcunché del mondo esterno. Si trattava di manuali di agraria, veterinaria, chimica. Egli utilizzò quel periodo terribile per imparare cose nuove, l’unica cosa che poteva fare stando rinchiuso in un fosso.
L’amore con Lucía Topolansky che, pur essendo di famiglia agiata, decise di far parte dei tupamaros. Anche Lucía fu arrestata e, per 12 anni, l’unico contatto tra i due fu una sua lettera che un militare, simpatizzante dei tupamaros, fece recapitare a Mujica, a rischio di essere fucilato. Lei uscì prima dal carcere e lo aspettò con estrema pazienza. Al termine della dittatura, Mujica fu liberato e continuò a fare politica diventando, infine, Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015. Il popolo lo amava e tuttora lo ama smisuratamente.
Lui sa perfettamente che la tossicodipendenza è una malattia e non è una legge proibitiva che può curarla. Così ha concesso la coltivazione di piccoli quantitativi di cannabis per uso personale, poche piantine, un utilizzo vigilato da parte dello Stato. Il risultato è che i temibili narcos sono andati via dal paese.
Mujica quando è stato presidente non è mai andato a vivere nella casa presidenziale. Solo d’inverno la faceva aprire per dare ospitalità ai senzatetto. Del suo stipendio per l’attività politica svolta trattiene l’equivalente di circa 800 euro, donando tutto il resto a dei progetti sociali. Per lui quella somma è abbastanza per vivere dignitosamente.
Riprendendo un concetto di Seneca, Mujica sostiene che “è povero non chi ha poco ma chi desidera tanto”. Egli sa che tra qualche decennio il mondo potrà collassare a causa del feroce consumismo e di questa distonia finanziaria che non produce nulla di concreto. Dinanzi a tale realtà, bisogna riscoprire l’importanza della terra che è qualcosa di concreto, tangibile, che ci dà sostentamento.
Quando Mujica è venuto a presentare il libro a Roma ha affermato che all’Europa dell’austerità va sostituita l’Europa della sobrietà. Per lui, il nostro è un paese vecchio e i migranti non sono un pericolo, piuttosto sono una risorsa per provare a cambiare le cose assieme. Il suo messaggio è che non esistono le nazioni, i confini, se non nella nostra testa. Esiste una sola umanità.
Nello stesso incontro mi sono vergognato un pò quando ha detto che l’Italia, il paese protagonista delle più grandi lotte sindacali, ora appare come smarrito e sembra guardare all’Uruguay per trovare un modello di riferimento.
L’incontro è terminato. Su Youtube trovo un video che riprende un frammento di un discorso di Mujica, quello tenuto a Roma l’anno scorso in occasione dell’uscita di “La felicità al potere”. Egli dice testualmente: “unitevi con i giovani giovani, non con i giovani vecchi (…). Mantenete la gioia che avete di vivere. È la cosa più forte che avete!”.
Tolgo le catene alla mia bicicletta e, pedalando piano, torno a casa. La luce azzurrina segna il confine con la notte mentre l’afa si è completamente dissolta. Il vento fresco mi accarezza il viso finalmente solcato da un sorriso. L’anima la sento più leggera e anche questa città vacua stanotte non mi sembra poi tanto brutta. Anzi brutta non lo è mai stata. Semmai è stata soltanto trattata da cani.
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
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