
Distopie reali: quando la narrativa anticipa il futuro
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
Chiude l’11 gennaio 2017 la mostra Made in Roma dedicata ai marchi di fabbrica nell’antichità: un modo diverso di raccontare i documenti archeologici, attraverso i nomi di chi li ha realizzati.
Il marchio di fabbrica, il brand, l’etichetta, il logo: sono tutti modi per segnare, individuare, riconoscere un prodotto, distinguerlo dagli altri al momento dell’acquisto o della vendita, indicare una garanzia di qualità. Se la brandizzazione del marchio è uno dei pilastri del marketing, sappiate che esso non è certo un’invenzione recente. I marchi di fabbrica, incisi, impressi, scolpiti, risalgono già all’età antica. Tutto questo ci viene raccontato in una mostra ai Mercati di Traiano a Roma, dal titolo “Made in Roma”: un titolo che rende molto bene l’idea, perché ci parla di economia, di prodotti, di persone dietro le cose. E ci fa capire quanto in più di 2000 anni di storia, tante logiche di mercato siano sempre le stesse.
A cosa serve marchiare il prodotto della propria officina? All’artigiano romano serviva a distinguere la sua produzione da quella di altri analoghi produttori, a dare una garanzia di qualità, ad indicare l’origine della fabbrica. Che si tratti di oggetti in ceramica, in vetro, in marmo o in pietra, che siano lucerne, coppe, anfore oppure mattoni, il bollo impresso su di essi racconta poi infinite storie agli archeologi che li studiano. Attraverso di essi infatti, si possono ricostruire le rotte commerciali, l’epoca di fabbricazione, l’organizzazione delle officine, e poi si possono scoprire le vite dei fabbricanti, se liberi, schiavi o liberti, attraverso i loro nomi impressi sugli oggetti; si può capire l’organizzazione di un’officina, scoprire se era di proprietà imperiale oppure no, si può seguire tutto il percorso che i suoi prodotti compivano dalla fabbrica all’utilizzatore finale.
Il percorso è organizzato tematicamente per tipologie di oggetti: il primo impatto è con i bolli laterizi, i marchi di fabbrica impressi su mattoni e tegole, che riportano i nomi dei proprietari delle figlinae, le officine dove venivano prodotti in serie. Alcuni dei bolli in mostra sono elaboratissimi, quasi delle piccole opere d’arte; analizzando l’onomastica, poi, si scopre che tra i proprietari vi erano pure delle donne: una notizia non di poco conto.
Anche sul fondo delle bottiglie di vetro c’erano i bolli. I prodotti migliori, orgogliosamente marchiati, erano realizzati in Germania, ma non mancavano contraffazioni. Ecco che il bollo allora era importante nel garantire l’origine controllata, come si direbbe oggi.
I marchi di fabbrica sulle anfore raccontano il luogo di produzione, talvolta il loro contenuto, in ogni caso narrano il viaggio. Nella sala ad esse dedicata, le anfore stesse parlano, raccontano il proprio itinerario lungo le rotte commerciali del Mediterraneo. All’interazione e al coinvolgimento del visitatore è dedicata in effetti una certa cura e attenzione, come dimostrano le strisce a fumetti della Gatta MiC, la quale, con spiccato accento romanaccio, si diverte a lasciare la sua impronta sui laterizi posti ad asciugare, e ci invita a collezionare i timbri dei bolli più belli.
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
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