
Distopie reali: quando la narrativa anticipa il futuro
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
Zaha Hadid ha rivoluzionato il mondo dell’architettura contemporanea. E’ stata un’architetto di assoluto successo e la prima donna a vincere il Pritzker prize, il Nobel dell’architettura. Ma soprattutto è stata una vera icona femminile, una self made woman che ha sfidato tutto e tutti…e ce l’ha fatta!
Curve avvolgenti, linee che si perdono nell’orizzonte, forme organiche, fluide e audaci: ecco quello che si percepisce subito entrando in un cantiere di Zaha Hadid. Io ho avuto la fortuna di visitarne due: la Stazione Marittima di Salerno e più recentemente la torre che porta la sua firma all’interno del City Life di Milano.
Cantieri lunghi, troppo lunghi per Hadid che in un’intervista rilasciata al Corriere disse “In Italia tutto va per le lunghe, ho decine di cantieri aperti e non riusciamo a concludere niente. Vorrei iniziare a vedere le opere non solo sulla carta”. Ma questo purtroppo non potrà più succedere. Zaha Hadid, infatti, si è spenta ieri a 65 anni all’ospedale di Miami per un attacco cardiaco, in seguito ad un ricovero per una brutta bronchite.
Il mondo dell’architettura contemporanea (e non solo) è in cordoglio e l’addio alla regina delle curve è arrivato da ogni dove, in segno della profonda ammirazione per una donna che è stata tra le più autorevoli e rivoluzionarie nel suo settore. Una donna che è stata amata e criticata, ma che certamente non ha lasciato nessuno indifferente.
Nata a Baghdad nel 1950, poi emigrata in Gran Bretagna dove studia alla Architectural Association, dopo la laurea in matematica presa in Libano. Una nuova patria l’Inghilterra per Zaha Hadid, che nel 2012 ha ricevuto persino il titolo di Dame Commander of the British Empire dalla regina Elisabetta II e nel 2016 è stata la prima donna a ricevere la Royal Gold Medal. Prima di fondare il suo studio londinese, ha lavorato con Rem Koolhaas e con il suo studio OMA, del quale è diventata socia nel 1977, nonostante la sua indole poco diplomatica. In un’intervista per La Stampa, l’archistar ha infatti ricordato: “Diplomazia! Non è il mio miglior talento! Ricordo quando Rem Koolhaas mi chiese di entrare a far parte dell’Office for Metropolitan Architecture e io risposi: “Solo come socio”. Avevo appena finito la scuola. E mi dissero: “Se sarai un socio ubbidiente”. E io: “No, non ho intenzione di essere ubbidiente” Quella è stata la fine della mia collaborazione!”.
Certo, la sua carriera non è stata priva di ostacoli, anzi. Hadid faticò molto all’inizio per ricevere commissioni, che non arrivavano mai. Era una donna e per lo più anche araba e già questo, nonostante una famiglia benestante e liberale, certo non le facilitava la strada. «Il mio lavoro non è nei parametri. Forse perché sono una donna e araba per di più; c’era un certo pregiudizio», disse in un’intervista. Ma poi arrivò la svolta: il Museo dei trasporti di Glasgow. E da lì non si è più fermata, fino a diventare la prima donna a vincere il Premio Pritzker di Architettura e il Premio Stirling per due anni consecutivi, solo per citare alcuni dei prestigiosi riconoscimenti ricevuti.
Entrare in uno spazio progettato da Zaha Hadid ti fa sentire come all’interno di un qualcosa che si trova a metà strada tra un luogo futuristico e una giostra in movimento. Sono luoghi capaci di proiettarti nel futuro ma anche di trasportarti nel passato, di farti sentire come in un’altra dimensione, quasi irreale, ma anche di farti tornare di nuovo bambino, quando sembrava tutto troppo grande e mancavano punti di riferimento precisi. Nelle opere di Zaha Hadid non ci sono angoli retti, non c’è nulla che abbia un inizio e una fine. A lei piaceva dire “Ci sono 359 altri gradi. Perchè limitarsi ad uno soltanto?”.
Nulla era impossibile per Zaha Hadid, alla sua immaginazione non c’erano limiti, così come non ce n’erano nella realizzabilità dei suoi progetti, nonostante la prima impressione di molti dinanzi ai suoi disegni fosse “Impossibile!”.
«Quando la gente vede cose fantastiche, la prima cosa che pensa è che non siano possibili», raccontò al Guardian. «Invece non è vero; siamo capaci di costruire cose formidabili». Certo tenendo sempre bene a mente “la logica della struttura”. E questo non era affatto semplice per un architetto che proveniva dal decostruttivismo!
Ha lavorato in tutto il mondo, viaggiando in continuazione da un cantiere all’altro, da un progetto a quello successivo. Sarà per questo che il suo studio è stato collocato al 45º posto nell’elenco dei più importanti al mondo?
Certo, per essere stata un’architetto così influente non è riuscita a realizzare molte opere, ma quelle che hanno visto la luce hanno avuto un impatto globale!
Il London Aquatics Centre realizzato per le Olimpiadi di Londra del 2012 e il Centro culturale Heydar Aliyev a Bacu, sono le sue opere manifesto. E anche in Italia, il suo segno è stato impresso e resterà indelebile. A cominciare dal MAXXI di Roma, progetto che le è valso il primo premio Stirling nel 2010 e che rappresenta una pietra miliare nella sua produzione architettonica.
Il Maxxi però è anche una delle poche opere italiane che l’archistar irachena ha potuto vedere completamente realizzata, insieme alla sede di Corones del Messner Mountain Museum, inaugurata nel luglio 2015. Il Museo Betile di Cagliari (progettato mai realizzato), la Stazione Marittima di Salerno (ultimato e in apertura a breve), la Stazione di Napoli Afragola (che verrà aperta ad agosto 2016) e infine Jesolo Magica (cantiere ancora fermo): questi i suoi lavori italiani che speriamo di vedere tutti il più presto possibile.
C’erano una volta dei libri che leggevamo come fantasie oscure, visioni esagerate di futuri impossibili. Oggi, invece, quelle pagine sembrano cronaca. Spaventosa, lucida, quasi profetica.
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